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Anche a Gerusalemme la politica israeliana della punizione collettiva

Hanno rimosso ieri i metal detector posti alle porte di accesso della Spianata di al-Aqsa di Gerusalemme. La settimana precedente, nella Città Santa, ma non solo, si è verificata un’ulteriore dimostrazione della precarietà degli equilibri in atto nell’area e di come ogni volta la messa in discussione di principi, anche inerenti al diritto internazionale, sia all’ordine del giorno delle scelte politiche del governo israeliano in nome delle per loro sempre attuali ragioni di sicurezza.

 

 

«Quello che è successo a Gerusalemme – ci scrivono gli amici della Civic Coalition for Palestinian Rights in Jerusalem - una coalizione composta da 24 organizzazioni della società civile palestinese e arabo-israeliana, molte delle quali hanno relazioni storiche con Arci - non è altro che un’ulteriore dimostrazione della più ampia politica di punizione collettiva, che comprende azioni quotidiane da parte dell’esercito israeliano come la demolizione delle case, la revoca della residenza, i posti di blocco, la costruzione del muro, le restrizioni alla libertà di espressione e alla libertà religiosa, la raccolta casuale di tasse e le incursioni notturne nelle case dei palestinesi. La chiusura delle istituzioni, degli eventi e delle strade sono politiche punitive comuni utilizzate per ‘distogliere’ gli attentatori futuri, sebbene Gerusalemme Est sia ancora sotto occupazione, come ribadito dalla risoluzione dell’UNESCO sulla Palestina occupata,e pertanto dovrebbe essere governata dal diritto internazionale umanitario che esplicitamente vieta la punizione collettiva. La creazione di check point volanti nelle strade di Gerusalemme è da sempre indiscriminata e sproporzionata. Israele ha distribuito centinaia di truppe
e blocchi stradali eretti agli ingressi della Città Vecchia di Gerusalemme. La chiusura delle città pregiudica l’economia e l’assistenza medica, così come impedisce i movimenti di beni e persone, in violazione della libertà di movimento».

Questa è la normalità di Gerusalemme, ma questi ultimi eventi hanno dimostrato di nuovo come Israele possa stravolgere alcuni dei punti cardini della relazione e della storia tra la due parti. Infatti dal 1967 il Waqf (l’ente, previsto dal diritto islamico, che ha in carico in questo caso la gestione della spianata di Al-Aqsa e tutte le strutture che questa comprende) è stato incaricato di supervisionare l’ingresso della Spianata, in nome dello status quo della città. I metal detector che erano stati attivati, presidiati dal personale di sicurezza israeliano, fanno
dire alle autorità del Waqf che può esserci effettivamente e in qualsiasi momento un cambiamento di questo status quo e la decisione, come succede normalmente, potrebbe essere presa in maniera unilaterale.
Fino al 2000, quando scoppiò la Seconda Intifada, il Waqf decideva chi poteva o non poteva entrare nell’area. Nel 2003, quando Israele cominciò a promuovere l’accesso non musulmano al sito dopo essere stato fermato con lo scoppio dell’Intifada, ha tolto all’autorità del Waqf il controllo della porta Mughrabi attraverso la quale i non musulmani entrano nel sito. Da allora, e specialmente negli ultimi anni, dopo l’aumento degli scontri tra le forze di sicurezza e i palestinesi - di solito come risposta agli ebrei che salgono al Monte - i membri del Waqf hanno ripetutamente richiesto che sia restituita loro l’autorità completa. Ciò che è accaduto, ci dicono gli amici palestinesi, può essere paragonato alla passeggiata sulla spianata di Sharon, quella che dette vita alla Seconda Intifada appunto. Tuttavia in questo caso la reazione dei palestinesi è stata molto diversa da allora ed è forse l’aspetto di
cui meno si è parlato anche a livello mediatico dove invece sono stati riportati gli eventi inerenti agli scontri e alle uccisioni da entrambe le parti. Se però possiamo imputare le uccisioni dei palestinesi all’esercito israeliano dobbiamo ribadire, e lo fanno le autorità, anche religiose, e
la società civile di Gerusalemme, che le azioni di violenza contro i coloni, così come il fatto dell’uccisione delle guardie israeliane, sono atti di singoli individui.

La protesta di massa è stata un’altra è stata pacifica e non violenta. Come riporta in un’intervista Noa Levy, il segretario del partito di sinistra israeliano Hadash, le strade di Gerusalemme Est sono state invase da una protesta pacifica, sfociata in una preghiera collettiva alla Porta dei Leoni, in cui i palestinesi hanno sottolineato il loro rifiuto ad accettare di passare dai metal detector installati, cercando in questo modo un dialogo e
dimostrando l’illegittimità della decisione da parte di Israele, ma questo aspetto non è stato assolutamente riportato dai media israeliani e neppure da quelli internazionali, che a suo avviso hanno un ruolo nel determinare e supportare la strategia della paura e della sicurezza a tutti i costi portata avanti dall’attuale governo di Israele.

«Sono tempi duri per gli abitanti di Gerusalemme - ci scrive Mazen Jabari, il presidente dell’associazione Youth Development Department, uno dei principali partner di Arci in Palestina, la cui antica casa di famiglia si affaccia proprio sulla spianata di Al-Aqsa - è un momento critico, non so per quanto riusciremo ancora a sopportare che gli occupanti interferiscano e distruggano la nostra esistenza e la vita nella nostra città. Ormai controllano ogni aspetto della nostra vita. È iniziata ora una nuova battaglia: quella per la conquista dei nostri luoghi sacri che garantiscono la nostra sopravvivenza come abitanti di Gerusalemme». E alla fatidica domanda del cosa possiamo fare noi, ci rimanda anche lui alle richieste della Civic Coalition:

- esigere immediatamente l’arresto di tutte le misure di punizione collettiva e le restrizioni alla libera circolazione imposte dalle autorità israeliane ai palestinesi che vivono nel territori palestinesi occupati, compreso Gerusalemme Est;

- condannare Israele per l’attuale escalation della violenza e ricordare che l’occupazione di Israele e le misure di punizione collettiva istituzionalizzate
costituiscono la causa principale della situazione in atto;

- garantire lo status quo di Al Aqsa;

- esigere da parte di tutta la comunità internazionale l’adempimento del diritto internazionale adottando misure per assicurare che Israele rispetti il diritto umanitario internazionale, in particolare la Convenzione di Ginevra

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