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Disposizioni Anticipate di Trattamento, una scelta di civiltà

È stata una giornata di grande commozione quella che ha visto l’approvazione della proposta di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento lo scorso giovedì 14 dicembre, dopo mesi di battaglia feroce, di valanghe di emendamenti e di ostruzionismo ai limiti della decenza.

 

Respinti i più di 3.000 emendamenti, compreso il tentativo di stralciare la norma che prevede l’interruzione dell’idratazione e nutrizione artificiale, rimasta invece sostanzialmente integra.

 

Esiste una foto che dà il senso di quella giornata, l’immagine delle lacrime di Mina Welby, di Peppino Englaro, di Emma Bonino, di coloro che non hanno cessato mai di battersi per una legge di civiltà, anche quando le istituzioni, la politica e l’opinione pubblica sembravano averli abbandonati. Un primo passo, votato da uno schieramento molto più ampio della maggioranza di governo, segno di un sentire divenuto collettivo grazie alla determinazione di uomini e donne che hanno combattuto per il diritto a una morte dignitosa. A fare opposizione è rimasta una destra arroccata su posizioni conservatrici, sorda al richiamo dei diritti, e nel fronte cattolico si sono levate voci, come quello del cardinale Ruini che ha parlato di «un brutto giorno che apre all’eutanasia», o come quella del vescovo di Torino che invita alla disobbedienza.

La legge rappresenta un primo passo di un percorso ancora da rafforzare, ci sono limiti evidenti come la forte discrezionalità dei medici rispetto alla vincolarietà delle disposizioni del malato, discrezionalità che secondo la ministra Lorenzin dovrà essere codificata, nel regolamento attuativo, come diritto all’obiezione di coscienza.

Proprio in questi giorni si svolge il processo a Marco Cappato, a cui va tutta la nostra solidarietà. L’associazione Luca Coscioni è stata e continua a essere una delle poche voci coraggiose su questo tema, che accompagna alla rivendicazione un lavoro prezioso di vicinanza e supporto a chi nell’ora della malattia reclama il diritto ad una morte dignitosa. E il processo a Cappato è l’esempio concreto di quanto ancora ci sia da fare perché lo Stato riesca a dotarsi di strumenti per rispondere all’urlo di dolore di tanti suoi cittadini e cittadine.

In queste ultime ore le maggiori testate raccontano di una giovane donna colpita dalla malattia nel momento della pienezza della vita, che si è battuta per il diritto a morire con dignità, a scegliere quando il dolore sarebbe diventato insostenibile e conservare la libertà della sua giovinezza fino alla fine. Unica speranza la Svizzera e Dignitas. Ma non vi è riuscita, l’aggressività della malattia, la mancanza di strumenti, il tempo insufficiente non le hanno permesso di determinare della sua vita e della sua morte. È una storia che ci fa indignare, ci fa partecipare al dolore, ma che ci lascia profondamente impotenti.

Dobbiamo tuttavia riuscire a sottrarre alla cronaca questa discussione, costruirle sedi e strumenti opportuni per potersi sviluppare, affrontando con coraggio i grandi temi delle libertà individuali, anche laddove siano profondamente divisivi e laceranti. All’urlo di dolore di questa giovane donna è nostro dovere dare risposte.

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