Site Search powered by Ajax

"Non si lascia sola la popolazione che soffre una guerra ingiusta”. L’impegno di Arci Toscana in Siria

Per la terza volta dal 2017 ad oggi, una delegazione accompagnata da Arci Toscana è arrivata nella città di Aleppo. Non è mai facile arrivare fin qui, gli equilibri sono fragilissimi, ma sta nelle corde della nostra associazione non percorrere mai le vie più semplici ma quelle più giuste.

La preparazione del viaggio è lunga e incerta, così come il viaggio stesso, via terra da Beirut, passando per un numero sempre variabile di check point, circondati dalle rovine dei villaggi e da mezzi militari.

 

Il paese è tutto completamente distrutto, mentre l’Europa parla di rientri, di rimpatri, noi ci chiediamo dove debbano andare queste persone e a fare cosa in un paese senza più le infrastrutture di base, senza nessun accordo in essere sulla ricostruzione né una stabilizzazione dell’intero paese. Un’Europa cieca, che fa prevalere una diplomazia anacronistica e poco realistica rispetto ai bisogni reali di una popolazione allo stremo. Con molta fatica e con molta determinazione, Arci Toscana è riuscita ad aprirsi un canale là dove molte ong, anche più grandi e forti di noi, non riescono. Lo abbiamo fatto mettendo in pratica alcuni dei principi che da sempre guidano il nostro operare in altri paesi. Rompere l’isolamento a cui la società civile di un paese in guerra è costretta, dialogare con alcune delle diverse parti in causa a più livelli perché il dialogo dal basso è fondamentale per ricostruire la coesione sociale in un paese dilaniato, il tutto senza porre davanti ideologie o questioni politiche, senza schierarsi con una delle parti in causa, ma tenendo di conto del diritto internazionale e dei diritti delle persone. E’ un’azione piccola la nostra, rivolta alla parte più fragile della popolazione: i bambini disabili, le vittime del conflitto, le loro famiglie dilaniate, ma su cui siamo riusciti a coinvolgere enti importanti come Unicoop Firenze con la sua fondazione e l’Ospedale Mayer. Due i fisioterapisti del Mayer che hanno fatto una formazione ai loro colleghi siriani, confrontandosi sui danni irreparabili che il conflitto ha fatto, parlando dei pochi mezzi che hanno a disposizione e si inventandosi soluzioni creative per realizzare ausili con quello che si trova. Tutto questo è per un’associazione come la nostra un patrimonio impagabile, un’azione di cui andare fieri. “Avete un gran cuore e un gran coraggio a venire fino a qui proprio ora”, ci hanno detto in Siria. Noi non crediamo che sia così, crediamo che sia la cosa giusta da fare. Da Sarajevo in poi la nostra associazione ci ha insegnato che non si lascia sola la popolazione che soffre una guerra ingiusta, come lo sono tutte le guerre, sulla loro pelle. Da un giorno all’altro i nostri amici siriani sono diventati più preoccupati, più cupi. Glielo abbiamo letto negli occhi e lo abbiamo carpito dalle parole a mezza voce che si scambiavano tra di loro, sempre poi rassicurandoci. Imprecavano contro gli Stati Uniti, contro la Turchia che aveva iniziato a bombardare a 50 km dalla città e contro coloro che vogliono dividere e spezzettare questo paese ancora di più. “La Siria è una e la religione nel 2019 è e deve essere soltanto una questione personale. Ad Aleppo c’erano 16 religioni diverse, persino ancora una piccolissima comunità ebraica e abbiamo vissuto tutti insieme per secoli, così come i vari gruppi etnici. Questa è la Siria e questo è il Medio Oriente, tutto il resto sono puri interessi politici ed economici”. Questo ci ha detto un rappresentante dell’associazione siriana con cui realizziamo il progetto. Non sta quindi a noi schierarci soltanto da un lato in questo momento così difficile e delicato. Non sta a noi semplificare e dividere la popolazione di questo paese in buoni e cattivi. Sta a noi invece favorire il dialogo a tutti i livelli, essere interlocutori seri, che entrino a fondo nel merito delle questioni, per poi schierarsi si, sempre e comunque dalla parte di chi subisce tutto questo.

 

 

Main Menu

Login Form